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Gente come uno: le rivolte di uno stato in crisi sulla scena di Palco Off Catania

Cosa vi viene in mente se vi dico “Argentina”? Sicuramente penserete al Tango e ad Astor Piazzolla, a Maradona – El Pibe de Oro – e Messi, agli scrittori Jorge Luis Borges e Osvaldo Soriano, alla Patagonia e al Rio de la Plata.

Eppure per descrivere un periodo della nazione potremmo usare parole come disperazione, fame, povertà, malcontento, manifestazioni, rabbia ed, anche, suicidi. Parole tanto orribili da essere usate, spesso, per parlare di un incubo tremendo, così brutto da sperare che sia solo il frutto del nostro inconscio. Ma che, ahimé, raccontano la vera e cruda realtà di un paese sull’orlo di una crisi di stato.

Gente come uno – C’era una volta un paese ricco e ora non c’è più  è l’amara cartolina dalla lontana (ma poi così tanto?) Argentina degli anni 2001/2003 di Manuel Ferreira e Elena Lolli, con la produzione Alma Rosé, ritornato sulla scena teatrale catanese lo scorso fine settimana per la stagione 2017/2018 di Palco Off.

Voluto a gran voce dagli spettatori affezionati della rassegna, l’autore e attore argentino Manuel Ferreira ritorna nella nostra città con il suo monologo-grido di dolore per i drammatici eventi accaduti nel suo paese d’origine ben quindici anni fa.

Alle soglie del  2000, in Argentina, il debito estero cresceva sempre di più (ammontava a ben 185 miliardi di dollari, una cifra da capogiro!). La disoccupazione e la povertà avevano raggiunto livelli elevatissimi e una gravissima crisi di liquidità impose a tutti i cittadini un limite al prelievo di denaro dalle banche, causando enormi disagi a decine di migliaia di persone. Ad essere maggiormente colpita da questi tragici eventi fu la “classe media” – disagiata potrebbe definirla il contemporaneo Raffaele Alberto Ventura -, totalmente impreparata ad un scenario simile. Cresciuta in un’età dell’oro in cui ogni cosa era acquistabile (a rate) e alla portata di tutti, impiegati, dirigenti, pensionati e manager si ritrovano, come tutti i poveri del mondo, a lottare per la sopravvivenza. In Gente come uno e nell’interpretazione polifonica di Manuel si susseguono le reazioni dei compagni di scuola e della madre a una situazione disperata che mai avrebbero pensato potesse colpire anche loro. Le buone maniere, la dignità e l’educazione vengono calpestate di fronte alla fame, all’impossibilità di pagare le bollette, di comprare dell’insulina per il figlio diabetico.

E l’unica cosa che resta quando tutto è ormai perduto è scendere in piazza a Buenos Aires, chiedendo e urlando a suon di pentolecacerolazos verranno chiamati i manifestanti – le dimissioni di un governo incapace di affrontare la tragica situazione. Durante le manifestazioni nascono scontri duri e violenti, che provocano oltre 30 vittime. La situazione politica tracolla e dopo le dimissioni dell’allora presidente De la Rúa, si alternano in sole due settimane ben quattro diversi presidenti.  Ma i disordini civili perpetuano e per evitare la disfatta totale si instaura una sorta di governo della società civile che si sostituisce allo Stato in molte funzioni. Compaiono assemblee di quartiere, che oltre a organizzare la protesta contro il governo, danno vita a scuole e a mercati, dove la merce viene barattata. La soluzione migliore, quando tutte le strade percorse sono state fallimentari, è quella di unirsi, di tornare a collaborare per trovare insieme il modo per tornare a vivere.

Ne è passato di tempo dal 2001 e da quell’atroce situazione, eppure il monologo-testimonianza di Manuel è quantomai attuale: richiama, tristemente, alla mente crisi e preoccupazioni nostrane, che senza aver raggiunto il livello dei disordini e della povertà vissuti in Argentina, atterriscono per l’estrema somiglianza con un preambolo dello sfacelo, che come una spada di Damocle pende sopra le nostre teste.

Il paese sudamericano e la sua storia recente non sono poi così lontani dalla nostra Italia e la possibilità di perdere tutto in un battito di ciglia è dietro l’angolo. Gente come uno può aiutarci ad aprire gli occhi, a svegliarci dal torpore e a realizzare che affinché tutto questo non accada anche a noi bisogna stare svegli. Bisogna vigilare costantemente, guardare al mondo e alla vita senza quel velo di Maya che ci annebbia la vista con le lusinghe del consumismo. Perché solo noi stessi potremo salvarci dalla disfatta, solo l’unione, che è sinonimo di forza, potrà impedire la disfatta.

 

 

Curiosa, chiacchierona, giornalista per diletto, copywriter, lettrice instancabile, puntigliosa, a volte polemica. Amo l'odore dei libri nuovi e sul comodino ne ho sempre almeno 4/5 già iniziati.

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