Io sono Verticale

La favola contemporanea che sa di cioccolato amaro

C’era una volta…? No, c’è ancora – c’è adesso – una fanciulla che sogna un amore pieno, caldo come il sole, sicuro come la terra, libero come il mare. Questa fanciulla sogna, immagina, cerca e, infine, trova quest’amore – dal sapore di “gelato al cioccolato, con la panna sopra e sotto, e di torta calda calda, appena sfornata” – ma non è l’epilogo felice di una favola contemporanea, ma l’inizio di una tragedia contemporanea che soffoca, imprigiona, imbavaglia, ferisce con parole e pugni.

La favola in questione è l’emozionante atto unico Io sono Verticale con Alessandra Barbagallo, per la regia di Silvio Laviano, prodotto dal progetto S.E.T.A. – Studio Emotivo Teatro Azione – e in collaborazione con l’associazione culturale Madè, in scena Venerdì 8 Febbraio al Teatro del Canovaccio di Catania e ancora oggi con due repliche alle 18 e alle 21.

Io sono Verticale inizia da e con l’omonima poesia di Sylvia Plath, un grido talmente disperato da essere urlato sottovoce da una poetessa relegata al ruolo di casalinga disperata – l’amaro destino di tante, troppe donne cresciute con quelle favole rosa-confetto in cui il lieto fine era sempre “E vissero felici e contenti”. Ma mai nessuno ha scritto, e spiegato, cosa succedesse durante quella convivenza “felice”, quanto quella felicità potesse marcire facilmente come una mela, come potesse diventare una gabbia dorata, arredata con mobili Ikea.

La fine di quelle favole – cristallizzate nel momento perfetto di un amore appena fiorito – coincide con l’inizio della tragedia nello spettacolo teatrale. Nel momento in cui la nostra fanciulla incontra il suo principe azzurro – rappresentato con il nano Cucciolo – comincia la trappola, la morsa di prepotenza e denigrazione che oggi ha nome violenza psicologica, ma che ieri era normale routine, era il naturale continuo di quel “E vissero felici e contenti”. Era quello stesso regime dittatoriale maschile – noto a tutti – che ha portato la Plath a suicidarsi in quello stesso forno in cui sfornava, come un automa, torte di mele.

Alessandra Barbagallo, immensa nell’interpretare la nostra fanciulla schiava di un amore che umilia e comanda, riempie l’intero teatro di un dolore che sembra parte di lei, di una tragedia il cui ricordo sembra ancora vivo sulla sua pelle, che fa rabbrividire non per la sua eccezionalità, ma anzi per la sua ordinarietà, per il suo essere una consuetudine tacita e sottile.

Io sono Verticale è una tragedia emozionante, crudele come solo le cose vere sanno essere, è il grido di libertà e indipendenza che Sylvia Plath meritava, ma soprattutto è una forte doccia fredda in un mare di bagni tiepidi, ordinari e insapori.

Curiosa, chiacchierona, giornalista per diletto, copywriter, lettrice instancabile, puntigliosa, a volte polemica. Amo l'odore dei libri nuovi e sul comodino ne ho sempre almeno 4/5 già iniziati.