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Antigone, la bellezza del dramma antico in veste nuova

In scena a Treviso l’opera di Sofocle prodotta dal Teatro Stabile di Catania

Si torna a teatro! Dopo sei mesi dal mio trasferimento nel Veneto, domenica 9 febbraio ho ripreso una delle mie più grandi passioni, andare a teatro, e ho inaugurato la mia personale “stagione” con l’adattamento dell’Antigone curato da Laura Sicignano e Alessandra Vannucci. Ritrovare nel piccolo ma bellissimo Teatro Comunale Mario del Monaco di Treviso la compagnia e gli attori dello Stabile di Catania – che negli anni ho conosciuto e amato prima nei loro ruoli, poi come persone – ha sancito per me l’inizio di un nuovo percorso, che però è allo stesso tempo come il chiudersi di uno stesso cerchio.

Dopo questo breve – ma denso di emozioni – incipit personale, torniamo all’Antigone. Innanzitutto ammetto la mia ignoranza: non avevo mai visto o letto l’opera di Sofocle e ho scelto fino alla fine di non leggere nemmeno una riga per godermi lo spettacolo con lo stesso spirito di scoperta di chi vede il mare per la prima volta. La storia, che voi sicuramente già conoscerete, è retta dal classico connubio di Eros e Thanatos che permea tutta la vicenda e la vita della figlia di Edipo, Antigone (Barbara Moselli). Sola, sofferente e contraria alla legge promulgata dal nuovo re di Tebe, Creonte (Sebastiano Lo Monaco), che impediva la sepoltura dei corpi dei traditori della città, tra cui Polinice, fratello di Antigone. Nonostante il divieto, nonostante la pena che l’attendeva se avesse sfidato la legge, Antigone se ne infischia e rischia tutto per dare dignità al corpo di suo fratello, che per quanto colpevole di tradimento era un essere umano e come tale andava fino in fondo rispettato, difeso, onorato nella morte.

Non la pena terribile che l’attende, non la supplica della sorella Ismene, né l’amore di Emone, suo promesso sposo e figlio di Creonte, la fermano: lei sceglie con tutta la sua forza di agire solo secondo i suoi principi morali, qualunque sia il prezzo da pagare per questo. Un’eroina sì sfortunata e tormentata, ma che con la sua disobbedienza al potere, alla legge, sfida quella noncuranza, quella vigliacca accettazione del “è così” che ci imbriglia e ci rende colpevoli testimoni di aver guardato infliggere il male senza nulla aver fatto per fermarlo.

Giuseppe Diotti, Antigone condannata a morte da Creonte, 1845

Sono fin troppe le analogie con i giorni nostri, talmente tante che per elencarle tutte ci vorrebbero dei giorni, così come le scuse che ci raccontiamo per placare i timidi sensi di colpa che si affacciano la sera, ma quando decideremo di dire la nostra? di esporci anche al pubblico oltraggio per difendere davvero i nostri principi morali? La nostra fine, ahimè, sembra sempre più essere quella di Euridice (Egle Doria) che in silenzio subisce e inghiotte la folle testardaggine di Creonte, suo marito, e quando inizia a far sentire la sua voce è ormai troppo tardi: quello che aveva di più caro, suo figlio Emone, è morto, perduto per sempre.

Quello che le resta è provare a rianimarlo allattandolo – nella scena più emozionante dello spettacolo – nella speranza di infondergli la vita stessa in quel gesto di amore materno. Ma a posteriori i ripensamenti, il dolore struggente e infine il suicidio a nulla valgono, se non nel generare ancora dolore e morte, in un vortice di sofferenza, solitudine e lucidità che tutto fa crollare, anche l’allestimento in scena. Con una perfetta ideazione tutte le tavole di legno della scenografia vengono giù in un domino di distruzione che chiude con la rovina totale il dramma.

Foto del Teatro Stabile di Catania

La produzione del Teatro Stabile di Catania ha saputo realizzare una versione nuova, moderna e bilanciata dell’opera di Sofocle rinnovando nella traduzione, nei costumi e nella scenografia un testo antico ma drammaticamente contemporaneo. Il musicista in scena, Edmondo Romano, ha sottolineato ogni passaggio, ogni tensione con il suono caldo dei suoi strumenti a fiato e a corda, scadendo con un ritmo lento e poi pressante le scene via via più tragiche. Ed alla fine, quando tutto è distrutto e nulla più resta, solo se ne va, abbandonando quel luogo di dolore, come a metafora della vita, della gioia che scemano fino a scomparire del tutto.

Uno spettacolo molto bello, a volte fin troppo, tanto da essere così tecnicamente ben riuscito da mettere da parte il pathos in alcuni momenti: nonostante sia Antigone l’eroina e la protagonista del dramma, l’unica vera immagine che mi è rimasta dentro a distanza di giorni è la sofferenza così genuina dell’Euridice di Egle Doria.

Traduzione e adattamento Laura Sicignano e Alessandra Vannucci
Regia Laura Sicignano
In scena Sebastiano Lo Monaco, Lucia Cammalleri, Egle Doria, Luca Iacono, Silvio Laviano, Simone Luglio, Franco Mirabella, Barbara Moselli, Pietro Pace
Scene e costumi Guido Fiorato
Musiche originali eseguite dal vivo Edmondo Romano
Luci Gaetano La Mela
Audio Giuseppe Alì
Produzione Teatro Stabile di Catania

Curiosa, chiacchierona, giornalista per diletto, copywriter, lettrice instancabile, puntigliosa, a volte polemica. Amo l'odore dei libri nuovi e sul comodino ne ho sempre almeno 4/5 già iniziati.