Ripartenze, AI e linguaggio

5 anni: è il tempo che è passato dall’ultima volta che ho scritto su questo spazio. Che ho scritto per me stessa, per chi volesse leggermi, senza obiettivi, KPI e misurazioni. 5 anni è il tempo in cui sono rimasta inerme, me ne rendo conto solo adesso, senza quasi fiatare. Ci sono stati pianti e risate, perdite e nuovi legami, scoperte e attese, ma tutto in silenzio, senza voce. Ma quel tempo è finito. Questo è il tempo delle ripartenze.

Negli ultimi due anni, ho quasi perso questo spazio e le parole che con cura avevo selezionato, diffuso per raccontare libri, spettacoli, emozioni. La reazione immediata è stato sconforto e amarezza, ma non si può indugiare a lungo così. Così da oggi si riapre. Si spolverano gli scaffali, si ricopiano e ripubblicano gli articoli, recuperati, con qualche foto in meno, e ci si da una mossa. È il tempo delle ripartenze.

Non so cosa ci sarà di nuovo o di quello che c’era già prima. I libri? Il teatro? Ci sono, ma in forma privata. Dopo 5 anni di fermo e di trasferimento – in una terra che con consapevolezza definisco non benigna – in cui non ci sono state collaborazioni con i teatri, con i giornali, con una realtà che avesse voglia di ascoltare una voce, riparto proprio da quella voce. Dalla necessità, perché di questo si tratta, di scrivere ed esprimere. Di raccontare. Di dare fiato a quella voce, che dopo tanto silenzio ha bisogno di urlare, ruggire quasi.

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Perché sempre più chi lavora in questo mondo, della parola scritta, si ritrova silenziato, minimizzato. Ormai le intelligenze artificiali sembrano essere le uniche artefici di parole e comunicazioni, generate alla velocità della luce. Protestiamo per il fast fashion, per l’apertura di Shein a Parigi e delle lunghe code davanti ai negozi, per la perdità dell’artigianalità e la ricerca dei materiali, ma acclamiamo alla generazione veloce di testi senza voce, senza passione, senza profondità. Tutti uguali, standardizzati, enfatici o in burocratese: sembrano tutti così uguali. Se ChatGPT avesse scritto questo articolo avrebbe suggerito un cambio di stile, per favorire una facilità di lettura, ma per chi? per altre macchine o algoritmi. Ma il tempo di scegliere ogni parola, soppesarla, darle un significato tutto nostro dove sarebbe? Persa. Perché la vera paura per chi, come me, ama scrivere è perdere quel tempo, dedicato all’introspezione e alla ricerca che tramuta i pensieri in parole.

Chissà cosa ne penserebbe Wittgenstein a riguardo. Perché se «L’immagine logica dei fatti è il pensiero» e come scrive il ricercatore sociale conterraneo Sebastiano Isaia:

Il linguaggio non è uno strumento raffinatissimo al servizio dell’umanità: il linguaggio è l’umanità, la
quale non può esistere che con e nel linguaggio. Il pensiero è strutturato come un linguaggio.

allora, stiamo demandando la quasi totalità del nostro pensiero e linguaggio a un’entità artificiale, perdendo la nostra umanità e la nostra esperienza del mondo stesso. «Che il mondo è il mio mondo si mostra in ciò, che i limiti del linguaggio significano i limiti del mio mondo» scrive Wittgenstein e credo che i limiti del nostro mondo stiano diventando sempre più circoscritti a quello che il linguaggio di un AI sta scrivendo e definendo per noi.

Ripartenze, dicevamo. Forse è da qui che bisogna farlo: dal riprenderci l’uso della parola come esperienza e conoscenza. Dal non farci chiudere in una gabbia ancora più stretta forgiata dai limiti di un linguaggio che non è il nostro.

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