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Le ragazze di Emma Cline, il caso letterario che non mi ha convinto del tutto

Avvistato già due mesi fa tra le uscite più interessanti di settembre 2016, ho finalmente acquistato e letto il “caso” letterario del momento: Le ragazze di Emma Cline. Ed in effetti lo è davvero perché per una scrittrice giovanissima alla prima pubblicazione non è esattamente consueto che il proprio libro sia già conosciuto e chiacchierato prima che esca e soprattutto che sia tradotto in 35 paesi e in vetta alle classifiche: è un risultato che ben pochi autori (e libri) hanno ottenuto.

Per cui incuriosita da tanto clamore, dalle parole di apprezzamento che arrivavano da ogni dove, da una copertina molto accattivante e da una storia definita da moltissimi “magnifica e struggente” nel raccontare il lato oscuro delle ragazze, mi sono convinta che proprio non dovevo perdermelo.

Ma (perché c’è un grosso ma) mi è veramente piaciuto così tanto come avevo pensato? La risposta è ni. Per carità la scrittura di Emma è scorrevole e “attraente”, ti tiene legato al libro fino all’ultima pagina e ti costringe a leggerlo con avidità, voracemente perché non aspetti altro che di arrivare al momento oscuro, al punto di rottura. Ma parafrasando il Washington Post, al di là del clamore che ha suscitato questo romanzo a mio avviso non veramente così bello.

Non condivido il pensiero dei moltissimi che lo acclamano a squarcia gola e concordo quasi del tutto con le parole di Christian Raimo nell’articolo pubblicato su Internazionale (Christian Raimo, L’esordio letterario dell’anno pecca di troppa perfezione su «Internazionale» del 03/09/2016, leggi). Non è solo l’esibizionismo stilistico che Raimo contesta a non avermi convinto del tutto, quanto lo sviluppo e l’andatura delle storia: sin dalle prime pagine si svela immediatamente la rielaborazione degli omicidi feroci della famiglia Manson del ’69, guardata con il duplice sguardo dell’allora tredicenne Evie Boyde e dall’Evie adulta di oggi. Figlia unica di una coppia divorziata da poco, resta folgorata dall’aura di magnetismo di un gruppetto di ragazze hippie, trasandate e incuranti del mondo.

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Notai prima di tutto i capelli, lunghi e spettinati. Poi notai i gioielli che brillavano al sole. Erano in tre, erano così lontane che vedevo solo la periferia dei loro lineamenti, ma non importava: capii subito che erano diverse da tutte le altre persone del parco. […] Le ragazze con i capelli lunghi sembravano scivolare su tutto quello che le circondava, figure tragiche e isolate. Come una famiglia reale in esilio. […]  Me l’ero aspettato, anche prima di riuscire a vederle bene in faccia. Aveva attorno a sé un’aura di distacco dal mondo terreno, e portava un vestitino largo e sporco che le copriva a malapena il sedere.

Trascinata sempre più nel loop della comunità guidata dall’ambiguo e carismatico Russel e completamente soggiogata dal fascino della bella e cattiva Suzanne, Evie si ritroverà sempre più risucchiata in vortice di droghe, misticismo, sesso, insicurezza, disfacimento. E se la rielaborazione delle comuni hippie, della summer of love risulta in vari punti approssimata e relegata a banale sfondo pittoresco, è il ritmo della storia e un’accelerazione a scatti in avanti che mi ha lasciato un po’ confusa. Dalle prime pagine è una corsa perdifiato alla notte degli omicidi, ma una volta arrivati a quel punto di rottura leggiamo di Evie a singhiozzo: la sua reazione a quella carneficina, a tutto quell’odio viene liquidata in poco meno di 25 pagine. La psicologia di Evie, la sua fragilità, paura, insicurezza da adolescente “normale” vengono brutalmente schiaffeggiati dal sangue, dalla morte. Mi sarei aspettata a questo punto una riflessione o anche solo uno sguardo più profondo su quello che ne viene dopo, su quell’infanzia ed innocenza perduti per sempre, sul dolore e sulla paura di una ragazza sconvolta. E quello che dovrebbe essere il fulcro reale del romanzo, viene baipassato troppo velocemente, senza averne il tempo di rendersene conto, senza riuscire a fare i conti con tutto ciò.

Nonsostante Le ragazze non mi abbia convinto del tutto, resta comunque un bel romanzo, un breve spaccato su quel periodo di paura e insicurezza che ha nome adolescenza e per chiudere vi lascio con le parole di Michela Murgia sull’opera della giovanissima Emma Cline.

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Non ha importanza che si conosca o meno la cronaca, perché il romanzo di Cline non ne ha bisogno. Fa benissimo quello che la letteratura deve fare verso la realtà: la supera, mettendola in scena con una chiave di lettura semplice quanto spietata; chiunque di noi può agire mostruosamente se mostruosa è la sua solitudine. Evie crede che il nome di quella solitudine sia adolescenza, ma nel dipanarsi della vicenda apparirà sempre più chiaro che per una donna lo status di creatura giudicata è destinato a non trascorrere mai.                                                                                                                                                                 Michela Murgia

Curiosa, chiacchierona, giornalista per diletto, copywriter, lettrice instancabile, puntigliosa, a volte polemica. Amo l'odore dei libri nuovi e sul comodino ne ho sempre almeno 4/5 già iniziati.