“Mi decisi, basta col dolore. Alle labbra della loro felicità notturna dovevo far aderire quelle della mia rivalsa. Non ero la donna che è fatta a brani dai colpi dell’abbandono e dell’assenza, fino a impazzire, fino a morirne”.
Quale donna non si rivedrebbe in queste parole? ma quante di noi saprebbero tenere duro, senza vacillare mai sotto le spine acute e dolorose dell’abbandono?
Da quando ho finito di leggere I giorni dell’abbandono di Elena Ferrante non riesco a smettere di farmi queste domande. Sono arrivata tardi alla sua scrittura, quando il fenomeno-mistero che è questa autrice era già esploso da un po’. Come tutte le mode del momento l’ho seguita solo da lontano, leggendo qualche recensione qua e là e solo qualche mese fa ho deciso di acquistare la prima raccolta Cronache del mal d’amore dell’Edizioni e/0. Dopo un inizio traballante con L’amore molesto, mi sono ritrovata completamente irretita dalle parole semplici e dure del romanzo del 2002.

La storia di Olga è, in fondo, una storia banale, la storia comune di una donna abbandonata dal marito e trascinata in basso dal suo dolore. Nessun colpo di scena, nessuna idea brillante e nuova, nessuna grande scoperta: solo la nuda e cruda sofferenza del mal d’amore. Probabilmente è stata proprio questa scrittura così asciutta e schietta, mai sentimentalista, sul tracollo di Olga ad avermi letteralmente incollata alle pagine del libro per un paio di giorni. Ed anche una volta finito mi è rimasta appiccicata addosso la sua storia, il suo declino, la follia e la pena che la trascinavano in basso. Perché se è Mario, il marito traditore e vigliacco che abbandona moglie e figli a vestire i panni del “cattivo”, è proprio Olga, la vittima, ad essere il personaggio che ho detestato con più forza.
Debole, insicura, piange e strepita implorando l’ex compagno di tornare; distratta e stanca, trascur
a se stessa e i suoi figli perdendosi in un vortice di dolore che non fa che abbrutirla sempre di più; sbaglia, inciampa, si infligge una tortura continua nell’analizzare ogni singolo minuto della vita insieme al marito. Non sono riuscita ad essere solidale con lei, ad ascoltare la sua storia e a capire come una donna intelligente e forte possa essere risucchiata dalla sofferenza, nonostante si fossa imposta di restare integra.
Poi una volta finito il libro ho cominciato ad interrogarmi sulla storia di Olga che è la storia di tante: donne forti e sicure diventate uno scheletro di riccio, fragilissime, pronte a rompersi con un alito di vento. Eppure molte di loro avranno affermato con fermezza di restare integre, di non impazzire sotto i colpi dell’abbandono; molte, esattamente come Olga ed Anna (Karenina) sono cadute sotto la scure del dolore improvviso. Ma rischiamo davvero tutte di perdere il senno, di ritrovarci vuote e indifese? siamo così inermi di fronte alla sofferenza improvvisa? è la solitudine o la nostra paura di restare soli/e a farci andare in mille pezzi?
[…] (tanti) di assoluta noncuranza per questa scrittrice-mistero del momento (come avevo anticipato qui), sono caduta anch’io nella rete di storie ed intrecci della Napoli tratteggiata […]